martedì 10 agosto 2010

LE BRAVE RAGAZZE NON FANNO CARRIERA


Di Monica De Carlo
Circa un anno fa e per puro caso mi capitò tra le mani un libricino titolato “Le brave ragazze non fanno carriera-101 errori più comuni che le donne commettono sul lavoro” di L. P. Frankel, psicologa statunitense.
E’ un fatto pacifico che le donne lavorino più degli uomini, sono pagate di meno e non vengano adeguatamente riconosciute nella società.
Si pensi a tutte le “chiacchiere” sulle pari opportunità (che, ad oggi non hanno ancora prodotto un risultato concreto), al fatto che tutte le maggiori posizioni di potere siano occupate solo da uomini, al fatto che la donna, pur costituendo il “pilastro” portante della società rimane ancora relegata in un posto marginale.

Il discorso è molto ampio e non si hanno pretese di analisi sociologiche o storiche quanto piuttosto si vuole solo fare una riflessione “sotto l‘ombrellone“.
Nella quotidianità della vita questi “limiti” si manifestano nella fatica a portare avanti in maniera “perfetta” il compito di madre, moglie e lavoratrice. La società pretende che tutti i compiti vengano svolti alla perfezione, in silenzio e col sorriso. Nello stesso tempo non si offre sostegno, magari mediante asili, orari di lavoro flessibili o una minore pressione fiscale sui redditi femminili.
Gli uomini, in genere, lavorano fuori casa, tornano e non hanno altre preoccupazioni. Non devono preoccuparsi di gravidanze, pulizie, cucina, e così via.
Ma il problema non sono gli uomini che si limitano a fare come hanno sempre fatto ma siamo noi donne. La scarsa consapevolezza di noi stesse, e gli schemi della società ci fanno nascere perdenti. Inoltre ci viene imposto un codice di comportamento fin dall’infanzia: essere gentili, accondiscendenti, attente a coltivare buone relazioni e ci viene insegnato che ogni altro atteggiamento è “aggressivo” è “poco femminile”, che bisogna aspettare di essere notate. Le donne tendono a minimizzare i propri risultati o la propria posizione. Tendono a scusarsi.
Tutti questi fattori ci impediscono di essere realmente competitive.
Nel maggio scorso fui invitata ad intervenire ad un convegno sulle pari opportunità. La prof.sa Vingelli, dell’UNICAL di Cosenza, faceva notare (analizzando i risultati di un test) che se si chiede ad una donna cosa bisogna fare per crescere sul lavoro questa ti risponderà “lavorare sodo e aggiornarsi”. Un uomo invece ti risponderà “autopromuoversi”.
Ecco il punto. Una donna che si autopromuove è una fanatica, presuntuosa e antipatica. Un uomo invece è di successo. La solita vecchia storia che a fronte e a parità di numerosi amanti l’uomo è “mandrillo” e la donna “meretrice”.
Le donne hanno grandi capacità organizzative e gestionali (altrimenti come potrebbero organizzare e gestire la vita di mariti, figli, lavoro ecc.?).
Le donne sanno trovare più degli uomini posizioni equilibrate e mediare.
Eppure non veniamo considerate e riconosciute per quel che facciamo.

Qui al Sud poi….peggio che andar di notte.
Durante i miei primi dieci anni circa, di libero professionista ho imparato che ogni giorno è una dura battaglia. Devi combattere contro gli uomini che non concepiscono l’idea di poter essere “battuti” da una donna. Devi combattere con le donne che vengono, immancabilmente, sopraffatte dall’invidia per un’ altra donna senza rendersi conto che, se fossimo più solidali fra noi….. “non ce ne sarebbe per nessun maschietto”.
Da circa sette mesi poi, mi trovo con orgoglio a essere unica donna del direttivo di W Scalea. Anche qui mi rendo conto di dover faticare e combattere di più dei miei soci uomini. Me ne accorgo dal fatto che se sostengo un principio, faccio un’affermazione o porto avanti un concetto in maniera pubblica e decisa (ma sempre nei limiti della buona educazione) vengo letteralmente “crocefissa”.
Se per contro, un mio “socio” si lascia andare ad affermazioni pesanti e anche poco “delicate”, pazienza.
Mi rendo conto con dolore, che nonostante le mie qualità, la mia professione e la mia capacità di dialogo, non vengo neanche presa in considerazione come interlocutore. Per farvi capire, c’è chi si va a lamentare con mio padre (e sì che ho 35 anni!) e chi si lamenta col mio Presidente. Insomma non mi viene neanche riconosciuto lo “status” di interlocutore e il diritto al contraddittorio.
Il fatto è che gli uomini non sanno confrontarsi con una donna soprattutto se questa ha gli “attributi” più grossi dei loro!
W LE DONNE!

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